Il sistema di protezione delle donne vittime di violenza scommette sulla formazione

(VUnews) PERUGIA 14 maggio ’22 – Il sistema di protezione delle donne vittime di violenza punta sullo sviluppo delle competenze dei propri operatori ed operatrici. Che la formazione sia un indicatore di qualità del lavoro svolto da Centri antiviolenza e Case rifugio lo confermano i numerosi percorsi di aggiornamento organizzati da Scuola Umbra di Amministrazione Pubblica e lo ribadisce anche Istat.

Nell’ultima rilevazione condotta dall’Istituto Nazionale di Statistica “sulle prestazioni e i servizi offerti” rispettivamente dai Centri antiviolenza e dalle Case rifugio, realizzata in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio e le Regioni, si trovano i principali risultati della quarta edizione delle due indagini effettuate nel 2021 e riferite alle attività svolte nel 2020 per la protezione e l’accoglienza delle donne sopravvissute alla violenza.

Nel 2020, si legge nel report pubblicato ieri, è cresciuta l’offerta di servizi sia dei Centri antiviolenza sia delle Case rifugio per le donne maltrattate. In termini di copertura, al pari di numerose regioni, soprattutto nel Centro-Sud, l’Umbria presenta più Centri antiviolenza rispetto a Case rifugio. Strutture dove le donne trovano ascolto, servizi, protezione e accompagnamento nel percorso di uscita dalla violenza.

I Centri antiviolenza e le Case rifugio, sottolinea Istat, hanno caratteristiche strutturali e organizzative proprie che definiscono la natura stessa dei servizi erogati: la raggiungibilità e la vicinanza dei Centri antiviolenza alle donne che cercano un contatto; la protezione e la messa in sicurezza delle donne nelle Case rifugio. La complementarità dei CAV, anche con l’ausilio dei singoli sportelli dislocati sul territorio, e delle Case rifugio si evince, secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, dalle differenti tipologie di servizi erogati. I servizi di supporto legale e di mediazione linguistico-culturale connotano di più i Centri antiviolenza mentre i servizi di pronto intervento, il supporto alloggiativo, quello di orientamento lavorativo e il supporto alla genitorialità contraddistinguono l’attività delle Case rifugio.

Nel 2021, rileva l’indagine, è cresciuto il numero di chiamate valide al 1522 (36.036), 13,7% in più dell’anno precedente (31.688). Da considerare che nel 2020, anche a causa del periodo di lockdown, si è registrato un boom di chiamate valide tale da determinare un incremento del 48,8% rispetto al 2019. Le operatrici del 1522 inviano soprattutto ai Centri di accoglienza e alle Case rifugio; solo nel caso di chiamate “fuori target” sono più coinvolti i servizi sociali (28,8%), i servizi di psicologia delle aziende sanitarie locali (23,1%) e i consultori familiari (11,7%). Emergono alcune peculiarità sul territorio. Le percentuali di indirizzamento delle richieste verso i CAV sono superiori alla media nazionale (90,1%) in Umbria (94,2%), Molise (93,9%,) Puglia (93,5%) e Lombardia (92,9%) e inferiori in Emilia-Romagna (89,1%), Abruzzo (87,6%), Marche (85,2%) e Friuli-Venezia-Giulia (83,6%).

Chiara Ceccarelli

Tag di ricerca: Centri antiviolenza, CAV, Case rifugio, protezione, donne, violenza, servizi, 1522,

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